Nasce in provincia di Siena nel 1964, studia a Perugia e poi a Roma dove vive e lavora.
Disegnatrice di tessuti nello studio dello stilista Pino Lancetti.
Scenografa e costumista nei laboratori di Scenotecnica e nelle sartorie teatrali di Roma.
Ha collaborato in seguito con lo scenografo Maurizio Tognalini e con i registi Pupi Avati, Cinzia Torrini e Marzio Bini; ha realizzato scene e costumi in teatri, tra cui recentemente il Teatro Poliziano di Montepulciano (SI), il Teatro di Abbadia S. Salvatore (SI), il Teatro dei Satiri di Roma, il Salone Margherita di Roma. Si occupa inoltre di restauro pittorico e lapideo.
Scenografa e costumista nei laboratori di Scenotecnica e nelle sartorie teatrali di Roma.
Ha collaborato in seguito con lo scenografo Maurizio Tognalini e con i registi Pupi Avati, Cinzia Torrini e Marzio Bini; ha realizzato scene e costumi in teatri, tra cui recentemente il Teatro Poliziano di Montepulciano (SI), il Teatro di Abbadia S. Salvatore (SI), il Teatro dei Satiri di Roma, il Salone Margherita di Roma. Si occupa inoltre di restauro pittorico e lapideo.
Mostre recenti: 1994 Roma, Stanze Indipendenti. 1996 Wuppertal, Germania, Bachsuben Galerie, con testi di Claudia Eicke in Bergische Blatter. 1998 Nella collettiva di Camerano Premio Maratti a cura di Mariano Apa e Claudio Segattini.
«Niente procede senza dolore, senza dolore non c'è consapevolezza». Joseph Beuys
«L'urgenza comunicativa del mio lavoro di pittrice affonda fin dall'inizio nell'esperienza del dolore, nell'esperienza della ferita come possibilità d'incontro con l'altro-da-me.Dipingere è così un ripetuto grido di essere, è un accorgermi dell'irriducibilità del contenuto del mio io soprattutto quando si incrina e si frantuma. Mi interessano le cose nel loro accadere e nel loro divenire nel tempo e spesso le opere nascono come polifonia, in cui il singolo quadro-nota-strumento rimane se stesso potenziandosi nell'intera sequenza.Gli ultimi miei lavori sono incentrati sul volto umano. Il volto paesaggio dell'anima, con le sue emozioni, i suoi abissi, le sue increspature, le sue lacerazioni.» E. Pinzuti.
«L'interiore e l'invisibile del cuore non solo è più interiore che il dentro della rappresentazione calcolativa, ma abbraccia una ragione più ampia di quella degli oggetti semplicemente producibili». M. Heidegger
1996 Wuppertal, Germania, Bachsuben Galerie, con testi di Claudia Eicke in Bergische Blatter.
1998 Nella collettiva di Camerano Premio Maratti a cura di Mariano Apa e Claudio Segattini.
«Niente procede senza dolore, senza dolore non c'è consapevolezza». Joseph Beuys
«L'urgenza comunicativa del mio lavoro di pittrice affonda fin dall'inizio nell'esperienza del dolore, nell'esperienza della ferita come possibilità d'incontro con l'altro-da-me. Dipingere è così un ripetuto grido di essere, è un accorgermi dell'irriducibilità del contenuto del mio io soprattutto quando si incrina e si frantuma. Mi interessano le cose nel loro accadere e nel loro divenire nel tempo e spesso le opere nascono come polifonia, in cui il singolo quadro-nota-strumento rimane se stesso potenziandosi nell'intera sequenza. Gli ultimi miei lavori sono incentrati sul volto umano. Il volto paesaggio dell'anima, con le sue emozioni, i suoi abissi, le sue increspature, le sue lacerazioni.» E. Pinzuti.
«L'interiore e l'invisibile del cuore non solo è più interiore che il dentro della rappresentazione calcolativa, ma abbraccia una ragione più ampia di quella degli oggetti semplicemente producibili». M. Heidegger
1996 Wuppertal, Germania, Bachsuben Galerie, con testi di Claudia Eicke in Bergische Blatter.
1998 Nella collettiva di Camerano Premio Maratti a cura di Mariano Apa e Claudio Segattini.
«Niente procede senza dolore, senza dolore non c'è consapevolezza». Joseph Beuys
«L'urgenza comunicativa del mio lavoro di pittrice affonda fin dall'inizio nell'esperienza del dolore, nell'esperienza della ferita come possibilità d'incontro con l'altro-da-me. Dipingere è così un ripetuto grido di essere, è un accorgermi dell'irriducibilità del contenuto del mio io soprattutto quando si incrina e si frantuma. Mi interessano le cose nel loro accadere e nel loro divenire nel tempo e spesso le opere nascono come polifonia, in cui il singolo quadro-nota-strumento rimane se stesso potenziandosi nell'intera sequenza. Gli ultimi miei lavori sono incentrati sul volto umano. Il volto paesaggio dell'anima, con le sue emozioni, i suoi abissi, le sue increspature, le sue lacerazioni.» E. Pinzuti.
«L'interiore e l'invisibile del cuore non solo è più interiore che il dentro della rappresentazione calcolativa, ma abbraccia una ragione più ampia di quella degli oggetti semplicemente producibili». M. Heidegger
«L'urgenza comunicativa del mio lavoro di pittrice affonda fin dall'inizio nell'esperienza del dolore, nell'esperienza della ferita come possibilità d'incontro con l'altro-da-me. Dipingere è così un ripetuto grido di essere, è un accorgermi dell'irriducibilità del contenuto del mio io soprattutto quando si incrina e si frantuma. Mi interessano le cose nel loro accadere e nel loro divenire nel tempo e spesso le opere nascono come polifonia, in cui il singolo quadro-nota-strumento rimane se stesso potenziandosi nell'intera sequenza. Gli ultimi miei lavori sono incentrati sul volto umano. Il volto paesaggio dell'anima, con le sue emozioni, i suoi abissi, le sue increspature, le sue lacerazioni.» E. Pinzuti.
«L'interiore e l'invisibile del cuore non solo è più interiore che il dentro della rappresentazione calcolativa, ma abbraccia una ragione più ampia di quella degli oggetti semplicemente producibili». M. Heidegger
1996 Wuppertal, Germania, Bachsuben Galerie, con testi di Claudia Eicke in Bergische Blatter.
1998 Nella collettiva di Camerano Premio Maratti a cura di Mariano Apa e Claudio Segattini
Alla ricerca dell’anima
“Elle con gli occhi lor si volser tanto
che vider come ‘l cor era ferito
e come un spiritel nato di pianto
era per mezzo de lo colpo uscito.
Poi che mi vider così sbigottito,
disse l’una, che rise:
«Guarda come conquise
forza d’amor costui!».
L’altra, pietosa, piena di mercede,
fatta di gioco in figura d’amore,
disse: «’L tuo colpo, che nel cor si vede,
fu tratto d’occhi di troppo valore,
che dentro vi lasciaro uno splendore
ch’i’ nolposso mirare.
Dimmi se ricordare
Di quegli occhi ti puoi».
Guido Cavalcanti, Era in penser d’amor…
Lo sguardo, da sempre, ha avuto un’importanza decisiva, determinante e insostituibile, nella storia della ritrattistica occidentale. Cogliere lo sguardo di una persona per un pittore coincide infatti con la possibilità di penetrare oltre le apparenze e di rivolgersi direttamente all’anima, quel quid, che non è né pesabile né quantificabile, né in alcun modo misurabile, infinito nel suo valore e inattaccabile dal disfacimento prodotto dal tempo. Contemplare e dipingere lo sguardo, quindi, rivela il desiderio comune al pittore e a chi è ritratto di lasciare una significativa testimonianza visiva dell’essenza di sé, una traccia densa di significato, come un esempio, irripetibile e insostituibile, di una particolare condizione dell’anima. In questa aspirazione, che sarebbe quasi giusto definire amorosa tanta è la comunanza d’animo, d’intenzioni e di intenti, che lega il pittore in quegli attimi sospesi al suo silenzioso interlocutore. Di questo inesausto tentativo di trovare la forma migliore, in gara di verosimiglianza con la stessa natura, per riportare l’essenza dell’effigiato, su tela o su tavola, sono testimoni alcuni strepitosi dipinti che possono considerarsi vere e proprie pietre miliari di questo genere, dove lo sguardo costituisce il focus della pittura, il centro nevralgico in cui l’osservatore viene risucchiato come in un vortice, acquoso e luccicante, che lo pone nelle condizioni di contemplare l’animo di chi è lì effigiato come se costei, o costui, anche se morto da secoli, fosse ancora realmente presente. Tale è la forza della pittura, questa la sua segreta ispirazione: oltrepassare i confini del tempo, ambire all’immortalità. Insuperato capolavoro, ambientato in un’atmosfera primordiale e incantata, ne è la Gioconda di Leonardo da Vinci, conservata al Musée du Louvre, con quello sguardo ineffabile e indescrivibile, come il sorriso, che è come la carezza di una gioia velata, radiosa, calda. Oppure la Laura del Kunsthistorisches Museum a Vienna di Giorgione di Castelfranco, novella “Venere nuda”, colta davanti a una pianta d’alloro nell’atto silenzioso di scoprirsi un seno, mentre guarda davanti a sé con quegli occhi color nocciola, pudichi, attenti, riflessivi; o quelli immobili come in attesa di un cenno, languidi e interrogativi, della Venere d’Urbino degli Uffizi a Firenze di Tiziano Vecellio; e, ancora, lo sguardo addolorato e offeso dell’ignoto, giovane, borgataro romano del Ragazzo Morso da un ramarro del Caravaggio della collezione Longhi; o quello sguardo misto tra spavento e stupore che caratterizza quel voltarsi di scatto, stupita dal sentirsi scoperta, della Ragazza con turbante di Vermeer, dove il languore degli occhi brilla come le labbra umide e la perla dell’orecchino; fino a quegli occhi celesti sperduti, nei quali si può affogare, immergendosi nel mare di rugiada madreperlacea che avvolge la splendida Jeanne Samary ritratta da Pierre-Auguste Renoir, del Museo Pushkin di Mosca. E si può, e di deve, procedere oltre fino agli strepitosi sguardi dei ritratti di Chaim Soutine, Alberto Giacometti, Francis Bacon, Lucian Freud, Jenny Saville. Sempre lo sguardo è rimasto, sopravvivendo al baillame delle avanguardie e anche a chi, prematuramente, ha cantato la morte della pittura mentre lei, come ha scritto su un cartiglio in uno dei suoi dipinti Maurizio Bottoni “se la ride alla faccia dei tanti becchini.” Così Elena Pinzuti, che si dichiara “malata di pittura” anche se a me, a dir la verità, febbricitanti sono sempre sembrati gli altri, innesta la sua intuizione del dipinger nel solco della tradizione, preceduta com’è da una vera e propria ‘montagna’ di pennellate sedimentatesi nel corso dei secoli, fattore del quale, prima di accingersi all’impresa, occorre assolutamente essere consapevoli. Elena in questo suo timido tentativo, nel suo appena accennato e doloroso proporsi ha intuito immediatamente il centro della questione andando, per così dire, subito al cuore del problema. La ricerca dell’immortalità, appunto. Lo ha fatto partendo dagli affetti più cari: dalla sorella, dagli amici, dalle “persone che ama” insomma, sorprendendole all’improvviso e rubandone gli sguardi con l’ausilio della macchina fotografica che è servita come rapido promemoria per poi riaffrontare la questione in studio, con calma. In questi suoi dipinti, dai toni spiccatamente monocromi e, per alcuni versi, minimal si è concentrata esclusivamente sugli occhi accennando, a volte, la radice del naso. Eppure questi sguardi, dai bagliori improvvisi che illuminano il centro dell’iride lasciano intuire i contesti e le fisionomie cui appartengono accennando a sentimenti, desideri, speranze. Che cosa stavano osservando queste persone? Non lo sapremo mai, però questi dipinti tra i quali spicca quello dai toni violetti rappresentante gli occhi della sorella osservati da una angolazione tre quarti, hanno la capacità di suscitare in noi questa domanda. E’ così per la serie …E cosi si sanasse il cuore dove gli occhi sgranati, stupiti, attenti, felici stanno sempre osservando qualcosa, quel qualcosa che corrisponde a un minimo comune denominatore tra i dipinti a tal punto da diventare il protagonista della serie, che li colpisce in profondità provocandone un movimento interno. Dato che quello dello sguardo è un tema infinito, nel quale attraverso il disegno e la pittura non si è mai terminato di penetrare auguro ad Elena di continuare a guardare, stupirsi e fare propria l’affermazione di David Salle che, rispondendo a una domanda nel corso di un’intervista, affermò: “Quello di cui ho bisogno è il prossimo quadro, quello che non ho ancora fatto, non quelli già terminati.”
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untitled, centre for contemporary arts, nasce con l'obiettivo d'istituire un polo internazionale di forte attrazione culturale, di riferimento artistico per cultori ed operatori del settore, artisti ed appassionati, che funga da contenitore multidisciplinare, di ricerca e di educazione. Le discipline che si affronteranno, con la collaborazione di valide professionalità esterne, spazieranno dall'arte all'architettura, dalla musica al teatro, dalla poesia alla fotografia al design, dal recupero delle tradizioni artistiche locali, alla scoperta di giovani talenti nazionali ed internazionali, a partire dalla consapevolezza di restituire all'arte contemporanea la possibilità di dialogare col suo presente. Nasce nel 2003 come progetto di Barbara Marini, insieme a architetti, imprenditori, ricercatori e privati interessati e sensibili alla diffusione delle arti contemporanee
untitled, centre for contemporary arts caratterizzato da una programmazione annuale di mostre curate e tematiche con artisti provenienti da tutto il mondo, collaborazioni con importanti musei internazionali, progetti di educazione artistica ed eventi multimediali. L'intento è quello di realizzare mostre in partnership con prestigiose istituzioni museali di livello internazionale e con i più importanti artisti contemporanei, oltre a mostre con tagli curatoriali peculiari che focalizzeranno alcuni aspetti dell'arte italiana. Si prevedono costanti collaborazioni con i principali musei d'arte contemporanea di tutto il mondo, che presenteranno alcuni dei capolavori dalle loro collezioni, oltre all'organizzazione di mostre itineranti. Sono in fase di progettazione collaborazioni con istituzioni locali, iniziative in contatto con il territorio (associazioni, critici d'arte, artisti, gallerie), seminari, project spaces e workshop per artisti. Molto importante sarà anche l'attenzione al programma didattico, che affiancherà le mostre per interagire e coinvolgere il mondo della scuola, eventi culturali, servizi culturali, arredamento culturale, comunicazione, allestimento interni, restauro, scuola scrittura, incontri culturali, ufficio stampa, fotografia, pittura, incontri, interior design