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Davide
Rondoni, nato nel 1964 a Forlì, ha pubblicato diversi libri di poesia tra cui
“Il bar del tempo”, Guanda 1999, e “Avrebbe amato chiunque” Guanda 2003 con i
quali ha ottenuto i più importanti premi di poesia in Italia. Sue poesie sono
presenti nelle migliori antologie italiane di poesia contemporanea. E’ tradotto
in volume o riviste in Francia, Spagna, in Russia, negli Stati Uniti. Dirige
le collane di poesia de Il saggiatore e Marietti. E’ autore di teatro e di
programmi televisivi di letteratura. Ha fondato e diretto la
rivista clanDestino. Dirige il Centro di Poesia Contemporanea
dell’Università di Bologna.
www.daviderondoni.it
Poesia La frontiera delle ginestre, Forum - Quinta generazione 1985 O les invalides, N.c.e. 1988 A rialzare i capi pioventi, N.c.e - Guaraldi,1993 Il tempo delle cose cieche, N.c.e, 1995 Il bar del tempo, Guanda 1999 Non sei morto, amore, Quaderni del battello ebbro, 2001 Avrebbe amato chiunque, Guanda, 2003 Compianto, vita Marietti, 2003 Il veleno, l’arte, Marietti, 2004
Narrativa I santi scemi, Guaraldi 1996
Saggistica L'avvenimento della poesia, on-line, Guaraldi-Logos,1999 Non una vita soltanto. Scritti da un'esperienza di poesia, Marietti, 2002
Teatro Giotto l’uomo che dipinse il cielo (Compagnia Elsinor) Barabba Il liberato (per Flavio Bucci, Alvia reale e Patrizia Zappa Mulas) Non sei morto, amore (per David Riondino e Sandro Lombardi) La locanda, le stelle (per Andrea Soffiantini) Compianto, vita (per Virginio Gazzolo) Il veleno, l’arte (per Iaia Forte) Dalle linee della mano (Teatro Biondo, rega di Pietro Cariglio)
Principali antologie e curatele Dante, Preghiera alla Vergine, Marietti 2003 Mario Luzi, Vero, verso Garzanti 2002 Dante, Commedia, Rizzoli, 2001 Il pensiero dominante. Antologia della poesia italiana 1970-2000, Garzanti, 2001 Leopardi, l'amore, Garzanti 1999 Charles Péguy, Lui è qui, Rizzoli, 1999 Ada Negri, Mia giovinezza, Rizzoli, 1996 La sfida della ragione, Guaraldi 1998 T.S. Eliot, I cori da La rocca, Rizzoli 1996
Non solo una forte vocazione lirica emerge dalla scrittura che ha molte radici e nessuna vera e propria eredità (neanche quella di Luzi e Testori, ci sembra), ma anche una condizione che attinge continuamente all’impoetico per renderlo sostanza, carne e sangue di una struttura e di un verso invece assolutamente poetici (un guardrail, per esempio, o il cellophàn, oggetti che si schiudono muti e che appartengono alle tante figure, specie notturne).
Davide Rondoni è continuamente in viaggio, e il senso dell’andare si fonde con il timbro di gran parte delle poesie scritte proprio in viaggio o nel ricordo e nell’immaginazione del viaggio. Da questo punto di vista, in chiave personale e probabilmente inconsapevole, Rondoni segue un’esperienza che ha permeato la migliore cultura occidentale da sempre, proprio tra viaggio e poesia (si pensi a Omero, a Pindaro, a Ulisse, a Shelley, a Byron).
La necessità d’interrogarsi nell’anima di gente che si dibatte soffocata e minacciata da un lento dipanarsi del giorno, nell’affaccendarsi dei riti lavorativi, nelle pause di un osservatorio vasto, spinge Rondoni a leggere l’uomo contemporaneo nei tram, nei bar, negli autogrill, dove si passa e non ci si ferma, dove l’aria che si respira è la fluttuazione del mondo, dove le esplorazioni non sono in un altrove incantato, in un rifugio visionario o in una sorveglianza mentale. No, Rondoni è tutto dentro la febbre del giorno perfino anonimo, in dialoghi ininterrotti di un uomo con altri uomini, come ha scritto Paolo Lagazzi: è l’uomo del supermarket, del condominio e della metropolitana.
«Pioggia anche la mattina / giù dai vetri larghi al supermarket, / acqua sentita per un istante, / una stretta nel cuore all’uscita / dalle porte a cellula di luce / e giù la testa, di corsa / fino all’entrata confusa nell’auto / tra l’odore dei vestiti bagnati / e la carezza gelida del cellophàn».
Il poeta è continuamente alla ricerca di un momento azzeccato che colga il mondo e non i sogni, come egli stesso dice, proprio a significarci che il suo essere nel bar del tempo è essere nelle sere e nelle notti, nelle albe e nei primi mattini, lì seduto o in piedi, in un’eco tutta visibile, a portata di mano. Il tuffarsi nella vita per percepire una verità che possa essere di tutti, tramuta la luce reale delle percezioni di Rondoni in quella felicità che un poeta cattolico sa essere custodita in fatti e identità nei quali credere, punti fermi, inamovibili.
Lirismo e realismo convivono, scrive Giuseppe Conte nella bandella de Il bar del tempo, e la fede di questo poeta raramente metafisico, è la testimonianza di un eterno raggiunto nel volto e negli oggetti delle piazze che sempre ritornano familiari, dei viali, delle stazioni, di questo grande bar che non chiude mai, emblema di un tempo e di un destino sovrastanti nella piccolezza del nido di provincia, Forlì, o in qualsiasi altra città dove non manca mai il bar che si radica come un presagio per chiunque ci entri («Ogni tanto ricompari / seduto al tuo bar / davanti alla stazione. / Come allora non hai / grandi cose da dirmi, / ancora e solo quel saluto»).
Ha ragione Daniele Piccini nel sostenere che in questa poesia emerge a più riprese, come un vero e proprio cardine, l’amore per il mondo, la bruciante ferita del doverlo attraversare, guardare, custodire. Mistero e piena confidenza con la grana minima dell’esistenza, movimento cosmico e umile vivere di uomini comuni, l’unità di terreno e divino, sono le componenti di un gesto interno come pienezza dell’esistere, dell’esperienza.
Davide Rondoni scrive in una tensione profonda e che affiora in superficie, che coglie l’emozione colloquiale del discorso poetico, con la parola indicativa di una vera presa diretta. La parola è l’elemento più caratterizzante l’approccio testuale alle poesie, quando viene estrapolata dal linguaggio dialogico, proprio per esprimere la cognizione comune di un incontro qualsiasi («Guarda le nubi sul mondo / e su questa piazza che dilata / dove tutto in fretta si disperde… / Restano i baristi sulla soglia / davanti ai tavolini vuoti / e alle sedie disordinate / a veder che battono i lembi alle tovaglie / e a scambiarsi, tranquilli, due cazzate»).
Anche Vasco Rossi o Tina Turner, amati dalle nostre generazioni, sono nell’orecchio della gente, quella musica in sottofondo che assume un’evidenza sonora per chi si incontra, per chi rimane nel ricordo di una canzone pop che identifica, per una volta, un luogo, una notte.
Davide Rondoni non si lascia mai catturare da intellettualizzazioni facili, ma congegna una forma rapida per calarsi nel mondo, e lo sguardo limpido sulla realtà costruisce un senso che tiene insieme autobiografia e mutamenti perfino epocali. Una conversazione attiva si mantiene inalterata per tutta la lettura del libro più rappresentativo, Il bar del tempo, che è la continuazione e in parte la rivisitazione dei precedenti, da La frontiera delle ginestre (Forlì, Forum/Quinta Generazione, 1985) fino a Nel tempo delle cose cieche (Forlì, Nuova Compagnia Editrice, 1993).
Rondoni è stato anche il libero interprete dei Salmi riproposti attraverso la versione poetica Poesia dell’uomo e di Dio (Genova, Marietti, 1998), un’opera nella quale il linguaggio lirico moderno si addentra nella forza di altissimi testi di invocazione e lode al Signore. L’immedesimazione con i Salmi, come lo stesso poeta ha scritto in un abbozzo di studio e di giustificazione sul suo lavoro, inizia non nella mente o nel cuore. Inizia, per un poeta cattolico, con la voce. Un cuore, quindi, che di rimando non teme di seguire, di obbedire al passo, al gesto di un altro uomo. Come succede con i suoi versi più intensi, anche nella versione dei Salmi Rondoni da del “tu” al mondo e a Dio, un modo forte per rompere l’estraneità tra gli uomini.
I Salmi non fanno paura, ma anzi sono la lotta con le parole e la preghiera alla trascuratezza della grande tradizione religiosa. Un testo biblico è anche una delle più grandi raccolte poetiche dell’umanità, e Rondoni ci restituisce questa eredità con estrema dimestichezza, senza pensare che siamo di fronte a qualcosa di intoccabile. Sia che parli di Dio, sia che parli di un autogrill, come intuisce Luca Doninelli, Rondoni ci fa capire che tutto è poesia, che quel qualcosa in più è l’essenza viva della poesia.
Ritornando ai testi di questo infinito “bar del tempo”, l’io meditante che leggiamo è nella quotidianità di attimi concatenati, in esterni che si stagliano come tante tavolozze, dove scivola velocemente lo stimolo di sopravvivenza del mondo, in ogni direzione si vada.
Si può anche morire al banco del bar - -
le mille etichette
variopinte contro gli specchi
erano farfalle
sopra i miei occhi
e sul viso di lei che mi guardava
con un’azione ferma
e vorticosa, s’innamorava.
Si può lasciare andar tutto
nel viaggio che fanno
dal banco alle labbra
la tazzina e la mano,
gesto cometa
in una sera insidiosa
e leggera a Bologna,
quel cielo di seta -
(mi fai tremare il cuore,
diceva una canzone dolce e violenta,
mi fai smettere di respirare).
Si può essere cortesi
da morire
in uno dei bar del centro.
Poi si deve fuggire, senza
guardarsi dietro, senza guardarsi
dentro.
Questo poeta del viaggio non esce mai dai suoi schemi, non ricerca uno sprazzo di fuga, né tanto meno di veggenza. Non cerca neanche l’ignoto, ma una dimensione accessibile all’uomo reporter, fotografo della vicenda umana, relativa e assoluta allo stesso tempo. Perché Dio è anche sui gradini di una piazza, nella tangenziale all’uscita di un’autostrada, dove un angelo può aspettare di vederLo.
Nel giugno del 2003 è uscita la raccolta Avrebbe amato chiunque (Parma, Guanda), dove con spietata e dolce limpidezza, Rondoni si inoltra nel duro presente sempre ben percepibile. Ne esce fuori l’uomo, non solo il poeta, nella saldezza figurativa e nella sofferenza dell’animo, nell’interrogazione autocoscienziosa, inconfondibile.
Alessandro Moscè
Dall’antologia Lirici e visionari (Ancona, il lavoro editoriale, 2003)
Per gentile concessione dell'editore
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