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William Congdon nacque a Providence (Rhode Island), il 15 aprile del 1912, lo stesso giorno dell'affondamento del Titanic.Veniva da una ricca famiglia di industriali, banchieri, funzionari. Iniziò il suo percorso di artista dopo l'università, dapprima come scultore. Durante la II guerra mondiale fu autista volontario di ambulanze, tra i primi a giungere nel campo di sterminio di Bergen Belsen. Dopo la guerra tornò in Italia, per contribuire alla ricostruzione di un paese distrutto. Qui scoprì la sua vocazione di pittore. A New York divenne un artista apprezzato, dal pubblico, dalle gallerie, dalla critica, ma sentì che non avrebbe potuto vivere per sempre negli USA: il suo destino era quello di essere un expatriate,un uomo in viaggio, con delle radici incancellabili ma anche con il bisogno di patrie nuove. Tornò ancora in Italia e per quasi dieci anni tenne uno studio a Venezia, sia pure viaggiando continuamente.
Nel 1959 si convertì alla fede cattolica: per qualche anno dipinse solo soggetti di carattere religioso. Si accorse poi che poteva essere artista cristiano anche tornando a mostrare i luoghi e le sofferenze del mondo.
Negli anni '60 e '70 ebbe uno studio ad Assisi. Dal 1979 visse a Gudo Gambaredo, alla periferia di Milano, accanto a un monastero benedettino. E' morto a Milano il 15 aprile 1998, il giorno del suo 86° compleanno. Le sue opere si trovano in molti importanti musei americani, in collezioni pubbliche e private, italiane e non; la parte più cospicua è stata. conferita alla Fondazione che ora porto il suo nome, The William G. Congdon Foundation, che ha il compito di promuovere la sua eredità culturale, artistica, spirituale.
Una cultura artistica non si dovrebbe giudicare dal ristretto numero di artisti che giungono alla fama per circostanze intellettuali, grazie alla stampa, ai mercanti d’arte, ma piuttosto in base al numero di talenti, alla varietà d'indirizzi e alla ricchezza di idee che essa mette in campo. Da questo punto di vista, la New York dei decenni del dopoguerra non deve la sua spettacolare importanza mondiale solo a figure come Pollock, Motherwell, de Kooning ecc. che sono ormai consacrate persino dai manuali scolastici, ma a un vero crogiolo di pittori e scultori di altissimo livello e di sorprendente vitalità. Se oggi molti risultano sconosciuti al grande pubblico, devono questo infausto destino alla stessa fertilità stravolgente di quel momento storico.
Solo una paziente opera di ridimensionamento degli anni 1940-1960, (qualora il susseguirsi di nuovi stili, di nuovi movimenti ci consentisse una tregua per tali ricerche), potrebbe fare luce sull'intricatissima trama della cosiddetta scuola di New York.William Congdon fu protagonista apprezzatissimo di quell'epoca: esponeva nella ormai leggendaria Betty Parsons Gallery, fu seguito dalla critica, fu acquistato dai musei più prestigiosi. Spiccava anche per la sua diversità di carattere e di tenore di vita. La stragrande maggioranza dei suoi contemporanei voltavano le spalle all'Europa. Lui no.
William Congdon nacque a Providence (Rhode Island), il 15 aprile del 1912, lo stesso giorno dell’affondamento del Titanic. Veniva da una ricca famiglia di industriali, banchieri, funzionari. Iniziò il suo percorso di artista dopo l’università, dapprima come scultore. Durante la II Guerra Mondiale fu autista volontario di ambulanze, tra i primi a giungere nel campo di sterminio di Bergen Belsen. Dopo la guerra tornò in Italia, per contribuire alla ricostruzione di un paese distrutto. Qui scoprì la sua vocazione di pittore. A New York divenne un artista apprezzato, dal pubblico, dalle gallerie, dalla critica, ma sentì che non avrebbe potuto vivere per sempre negli USA: il suo destino era quello di essere un expatriate, un uomo in viaggio, con delle radici incancellabili ma anche con il bisogno di patrie nuove. Tornò ancora in Italia e per quasi dieci anni tenne uno studio a Venezia, sia pure viaggiando continuamente. Nel 1959 si convertì alla fede cattolica. Si accorse poi che poteva essere artista cristiano anche tornando a mostrare i luoghi e le sofferenze del mondo. Negli anni '60 e '70 ebbe uno studio ad Assisi. Dal 1979 visse a Gudo Gambaredo, alla periferia di Milano. È morto a Milano il 15 aprile 1998, il giorno del suo 86° compleanno.
La parte più cospicua è stata conferita alla Fondazione che ora porta il suo nome, The William G. Congdon Foundation, che ha il compito di promuovere la sua eredità culturale, artistica, spirituale.
Una cultura artistica non si dovrebbe giudicare dal ristretto numero di artisti che giungono alla fama per circostanze intellettuali, grazie alla stampa, ai mercanti d’arte, ma piuttosto in base al numero di talenti, alla varietà d'indirizzi e alla ricchezza di idee che essa mette in campo. Da questo punto di vista, la New York dei decenni del dopoguerra non deve la sua spettacolare importanza mondiale solo a figure come Pollock, Motherwell, de Kooning ecc. che sono ormai consacrate persino dai manuali scolastici, ma a un vero crogiolo di pittori e scultori di altissimo livello e di sorprendente vitalità. Se oggi molti risultano sconosciuti al grande pubblico, devono questo infausto destino alla stessa fertilità stravolgente di quel momento storico.
Solo una paziente opera di ridimensionamento degli anni 1940-1960, (qualora il susseguirsi di nuovi stili, di nuovi movimenti ci consentisse una tregua per tali ricerche), potrebbe fare luce sull'intricatissima trama della cosiddetta scuola di New York.William Congdon fu protagonista apprezzatissimo di quell'epoca: esponeva nella ormai leggendaria Betty Parsons Gallery, fu seguito dalla critica, fu acquistato dai musei più prestigiosi. Spiccava anche per la sua diversità di carattere e di tenore di vita. La stragrande maggioranza dei suoi contemporanei voltavano le spalle all'Europa. Lui no.
«W. Congdon è l’unico pittore, dopo Turner, che ha capito Venezia, il suo mistero, la sua poesia, la sua passione. Il suo modo d’esprimersi è moderno, la sua comprensione vecchia quanto la città stessa. Egli ha saputo cogliere l'effettiva essenza di molti secoli e fonde questa visione in un sogno così fantastico e bello che i suoi dipinti lasciano senza respiro». PEGGY GUGGENHEIM, 1953.
«Quando ho incontrato William Congdon a Parigi, ciò che in lui mi ha colpito è stata la sua douceur di una strana profondità, un candore assolutamente disarmato, una vulnerabilità di fronte a tutti gli strali spirituali, e non solo quelli provenienti dalle angustie di questo mondo e dalla bellezza che ferisce i nostri sensi, ma anche gli strali delle sfere ultraterrene. Con lui, come con Rouault (per quanto diversi siano i due pittori) ho sentito quella sorprendente rassomiglianza tra l'uomo e l’opera che è la caratteristica degli artisti di genuina grandezza». J. MARITAIN, 1962.
«Bene, mi sembra che Congdon [...] abbia [...] voluto tradurre nel nostro linguaggio, fondamentalmente - quasi direi: pateticamente - naturalistico europeo, quella rabbia - lui stesso la chiama così con molta lucidità e chiarezza - della sua originaria ribellione a quella uniformità, regolarità, a quella specie di ottimismo obbligatorio che era imposto al mondo americano. Indubbiamente Congdon ha sentito che questo suo contatto con l’Europa, questo suo entrare in rapporto con l’umanesimo sofferente e morente dell’Europa, era non soltanto un atto di pietà intellettuale, già per se stesso molto alto, ma era anche un’apertura verso un avvenire. Quel sole era il sole che si vede alla fine di un tunnel, all’uscita di un tunnel». G. C. ARGAN, 1981.
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